Tre domande a Mimmo Porcaro, ripubblichiamo da
Sinistra in Rete
Alberto Deambrogio: Mimmo Porcaro, tu sostieni che gli USA non possono fare a meno di pensarsi su uno scenario globale per fare fronte al loro tipo di economia, nonostante la crisi della globalizzazione da loro voluta. Oggi vediamo all’ opera l’eterogenesi dei fini e la stessa tregua con l’Iran mostra come gli sviluppi di questa crisi siano largamente indefiniti. Tu che ne pensi?
Mimmo Porcaro
: Il problema è proprio quello dell’impulso irrefrenabile del capitalismo all’espansione globale del suo raggio d’azione. Un’espansione (resa necessaria dal bisogno di valorizzare una massa crescente di capitale) che comporta per gli Usa non certo il dominio diretto dei territori altrui (troppo costoso), ma la diffusione di centinaia di basi militari in quasi tutto il mondo: perché la minaccia militare, e la guerra contro ogni tipo di stato che intenda far valere dei confini o comunque non accettare passivamente l’espansione, sono l’accompagnamento necessario degli investimenti Usa all’estero. E sono, inoltre, la tutela più forte del ruolo del dollaro, essenziale alla gestione del debito di Washington. Si chiama
imperialismo
, ed è importante capirlo perché “imperialismo” significa che la tendenza alla guerra è oggettiva, è inscritta nell’economia capitalistica e non nello stato in quanto tale, e segnerà un’epoca intera.
Quanto sopra va ricordato sia a coloro che sperano di tornare alla globalizzazione, come se questa fosse stata il trionfo delle “pacifiche” reti economico-sociali su un’ “antiquata” logica statale, sia a quelli che credono che si possa in qualche modo tornare a una divisione in sfere di influenza, e che Trump, con tutto il male che se ne può dire, sia comunque uno che lavora a un nuovo equilibrio. In realtà la globalizzazione è stata una forma dell’imperialismo, particolarmente adeguata al momento unipolare Usa. Non a caso è stata accompagnata da una vera e propria sequela di guerre (Serbia, Irak, Afghanistan, Libia…) che hanno sancito il “diritto” degli Usa di sparare
ad libitum
.
Non a caso è stata pensata e gestita anche come un altro modo per fronteggiare la rinascita della Germania e del Giappone, svanita l’Urss, attraverso l’uso dell’economia come sostituto della guerra (investimenti condizionanti, trattamento preferenziale per le imprese Usa, dazi – ben prima di Trump – politiche fiscali aggressive, ecc.). Quanto alle zone d’influenza, ogni volta che qualche decisore o qualche
think tank
nordamericano descrive quella che potrebbe/dovrebbe essere la zona d’influenza Usa, quest’ultima tende ad assomigliare pericolosamente al monto intero, o quanto meno a due terzi di esso. Ciò non vuol dire che gli Usa non possano scegliere, per fasi più o meno lunghe, una sorta di
retrenchment
, ossia una limitazione del campo d’azione e un “trinceramento” nella zona atlantica. Ma: a) ciò, quando avviene anche solo in parte, comporta grossi guai per la suddetta zona (chiedere a Venezuela, Cuba, sinistre latinoamericane, Danimarca…e Nato); e b) ciò limiterebbe espansione e profitti, con serie conseguenze per la tenuta interna e nuove spinte alla proiezione esterna per risolvere i guai di casa. Comunque, va detto subito, questo non è il caso di Trump, o comunque è solo un aspetto della sua azione. Trump regola i conti nella sfera atlantica non per restarvi confinato, ma per meglio colpire Xi. La guerra all’Iran, è – per convinzione, per ricatto israeliano, per il peso degli apparati e delle esigenze oggettive che essi segnalano, o magari per un mix di tutto ciò – la prosecuzione di una strategia anticinese, concepita ai tempi di Biden, che consiste nello sconfiggere o indebolire uno per uno i principali alleati di Pechino (Mosca e Teheran) per poi liberare forze dal fronte euro/mediorientale e volgerle contro il nemico principale. E, preso atto dell’impasse dell’ “operazione Ucraina”, la sconfitta dell’Iran avrebbe consentito il disimpegno quantomeno da quel quadrante geopolitico (come ha ben spiegato Salvatore Minolfi, attento studioso della politica estera Usa :
https://www.lafionda.org/2026/06/08/sequencing-e-disperazione-strategica/
). Scelta fallimentare: anche da ciò l’ulteriore pressione sui paesi europei per un maggiore e più autonomo impegno antirusso.
A.D.: L’ Europa si muove sull’ asse del riarmo, in particolare quello tedesco che dovrebbe risolvere la verticale crisi economica della Germania, nel mentre l’ AFD è dato come …