Dopo il recente annuncio di Hamas di voler cedere il governo di Gaza al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, sono riemerse con urgenza domande su chi plasmerà il futuro di Gaza e a quali condizioni.
Da
Invicta Palestina
traduzione da
Al-Shabaca
Di Nour Joudah e Dena Qaddumi – 23 luglio 2026
Cosa significa comprendere Gaza come una Terra indigena piuttosto che come una Striscia assediata o uno spazio umanitario?
Dena Qaddumi
– Le linee rette che definiscono Gaza su una mappa non sono confini geografici naturali; sono il prodotto di processi militari e politici coloniali. Di conseguenza, il concetto di “striscia” tende a rappresentare Gaza come un’isola, sebbene non abbia mai funzionato storicamente come tale. Gaza si trova da tempo al crocevia di reti culturali, economiche, politiche e sociali che la collegano alla Palestina e all’intera Regione.
Questa rappresentazione ha contribuito a normalizzare l’immagine di Gaza come luogo di isolamento. Termini come “prigione a cielo aperto” sono stati usati per descrivere Gaza. Se da un lato questo linguaggio cerca di cogliere la gravità del confinamento imposto a Gaza, dall’altro può anche rafforzare la tendenza a comprendere il territorio principalmente attraverso la lente della recinzione e della separazione.
Approcciarsi a Gaza come a una terra indigena richiede una prospettiva diversa. Significa collocare Gaza all’interno di contesti storici e spaziali più ampi, riconoscendo al contempo come molteplici temporalità si intersechino nel presente. Da questa prospettiva, commercio, scambio, mobilità e connessione regionale non sono aspetti secondari della vita a Gaza, bensì elementi fondamentali per il suo sviluppo storico, così come altrove.
Una delle conseguenze del considerare Gaza come un territorio delimitato e isolato è l’implicazione che la popolazione locale debba essere autosufficiente entro i confini imposti. Quando tale autosufficienza si rivela impossibile, il fallimento viene spesso attribuito a Gaza stessa. Eppure il problema non risiede nella popolazione, ma nei confini e nelle restrizioni coloniali che hanno separato Gaza dalle reti da cui ha storicamente dipeso. Per questo motivo, dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che utilizziamo per descrivere Gaza. Le categorie attraverso cui comprendiamo il territorio possono facilmente normalizzare le condizioni di frammentazione e isolamento, oscurando le più ampie relazioni regionali che hanno a lungo plasmato la storia di Gaza e continuano a plasmarne il presente.
Nour Joudah
– Storicamente, Gaza era il distretto più grande della Palestina, con un’estensione circa 38 volte maggiore dell’attuale Striscia di Gaza. Riferirsi semplicemente a Gaza, quindi, implica una comprensione della relazionalità e della connessione storica della Regione. Per me, questo è precisamente ciò che significa pensare a Gaza come a una Regione autoctona.
Se consideriamo un luogo come qualcosa che si sviluppa attraverso la vita sociale, economica e politica della sua gente, piuttosto che attraverso l’intervento coloniale, Gaza diventa un caso straordinario. Gaza è stata costruita e mantenuta nonostante i ripetuti tentativi di limitarla e subordinarla economicamente. Come hanno sostenuto studiosi come Sara Roy attraverso il concetto di “de-sviluppo”, la politica israeliana mirava a creare un’economia prigioniera. Ciononostante, i palestinesi hanno risposto attraverso l’istruzione, la migrazione lavorativa, le rimesse e forme di sviluppo urbano e sociale che si rifiutavano di conformarsi alla logica dell’Occupazione.
Spesso dimentichiamo anche che l’isolamento di Gaza è storicamente recente. Fino al 1967, mio padre prendeva il treno dal Cairo a Gaza durante le pause accademiche. Dopo la guerra del 1967, la ferrovia fu smantellata e i suoi materiali riutilizzati per sostenere le infrastrutture fisiche dell’Occupazione israeliana nel Sinai. Questi esempi ci ricordano come la mobilità, la connettività e l’integrazione regionale fossero un tempo caratteristiche ordinarie della vita a Gaza.
Per me, quindi, Gaza non è definita principalmente dall’assedio, anche se è diventato una realtà inevitabile. Né è definita unicamente dalla catastrofe umanitaria. Quando penso a Gaza, penso alla spiaggia e alle case di famiglia a Rafah e Deir al-Balah, ai racconti di mio padre sui viaggi in treno e all’arrivo delle famiglie sfollate nel 1948. Penso a luoghi come Shuja‘iyya, che da una località relativamente …